Il Celio & Villa Celimontana

Il Celio – Tra boschi e acquedotti

  • San Clemente
  • I Santi Quattro Coronati
  • Santo Stefano Rotondo
  • Santa Maria in Domnica
  • I Santi Giovanni e Paolo al Celio
  • San Gregorio al Celio 

Anticamente il Celio, che era ricoperto interamente di querce, era chiamato mons Querquetulanus. In seguito derivò il suo nome attuale da Caile Vipinnas, il condottiero etrusco Celio Vibenna. In un discorso che tenne al senato nel 48 d.C., l’imperatore Claudio, che si dilettava di etruscologia, aggiunse qualche particolare sulla storia di questo personaggio; Vibenna conquistò il colle al quale diede il suo nome ma, fatto prigioniero da Cneo Tarquinio, fu liberato dall’eroico servo Mastarna, che in seguito divenne re di Roma con il nome di Servio Tullio. La leggenda fu rappresentata nei celebri affreschi etruschi della Tomba François di Vulci, distaccati nel XIX secolo e ora conservati a Villa Albani.

Il Celio in origine doveva avere un gran numero di forre che, attraverso progressivi riempimenti di detriti, diedero luogo ad un pianoro con le due cime di Villa Celimontana e del Laterano. Il suo terreno è in gran parte costituito da tufi, ma anche da sabbie e argille, dalle quali scaturiscono ancora oggi piccole sorgenti. La celebre fonte delle Camene, citata da Giovenale, si trovava in una valle del Celio detta Egeria, mentre un’altra sorgente, quella di Mercurio, sgorgava dai fianchi del colle. Il Celio fu l’ultimo dei sette colli ad essere inserito nella cerchia muraria di epoca repubblicana e tuttavia era attraversato da una fitta rete viaria, che ancor oggi conserva in parte le denominazioni antiche.

Nel 312 a.C. la zona venne attraversata dall’acquedotto dell’Acqua Appia e un secolo dopo dal condotto sotterraneo dell’Acqua Marcia, il cosiddetto rivus Herculaneus.


Al tempo di Augusto il colle divenne la seconda regio della città, ma l’incendio del 64 d.C. distrusse il tessuto urbano della zona, che venne in gran parte privatizzata da Nerone. Durante il periodo dei Flavi ai piedi del colle sorsero il Colosseo e strutture di servizio per gli spettacoli che si tenevano nell’anfiteatro; l’area s’infittì di sfarzose costruzioni signorili e Settimio Severo restaurò l’acquedotto neroniano, le cui arcate residue ancora oggi caratterizzano la zona.


Le ricche dimore del Celio subirono immensi danni a seguito del saccheggio dei Goti di Alarico, protrattosi dal 24 al 27 agosto dell’anno 410. I terreni devastati furono in seguito acquisiti dalla Chiesa per edificare templi, conventi e ospizi, sfruttando come basamenti le vestigia pagane. Sul Celio sorsero nel VI secolo il grande convento di S. Gregorio e nel IX secolo la diaconia di S. Maria in Domnica e la chiesa dei Quattro Ss. Coronati. Con l’enorme incendio provocato nel 1084 dall’incursione di Roberto il Guiscardo, i luoghi di culto e di devozione del Celio e delle sue vicinanze subirono un colpo gravissimo.

Solo a partire dal XVI secolo, la zona conobbe una ripresa edilizia fatta di ville nobiliari e numerose vigne, tra le quali è da ricordare quella della famiglia Mattei, oggi Villa Celimontana. Con Roma capitale venne nominata una commissione per studiare l’urbanizzazione dell’area, che fino a quel momento aveva conservato un aspetto agreste; la distruzione della preziosa Villa Casali per edificare, nel 1886, l’ospedale militare del Celio può essere considerato il peggiore tra gli atti di speculazione edilizia che colpirono il colle. È della fine del XIX secolo l’edificazione progressiva di tutta la zona, mentre le sistemazioni urbanistiche degli anni Trenta del Novecento videro l’allargamento di via della Navicella, la sistemazione di via di S. Gregorio al Celio e l’apertura al pubblico di Villa Celimontana.

Negli anni Cinquanta fu invece recuperato il complesso monastico dei Ss. Giovanni e Paolo e l’adiacente campanile romanico. Iniziamo il nostro itinerario per i monumenti del colle da via di S.Giovanni in Laterano, dove si trova l’ingresso laterale della basilica di S. Clemente.

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